Comunichiamo?

La comunicazione [dal latino: communicare, mettere in comune] è un concetto che fa riferimento a fenomeni molto vari e numerosi; in ambito psicosociale, volendo coglierne principalmente gli aspetti di interazione sociale, la si può definire come un’attività sociale, che per realizzarsi necessita della cooperazione tra più persone, contemporaneamente impegnate a prestarsi attenzione reciproca ed intenzionale

La comunicazione si serve di tre canali: verbale, non verbale e para-verbale.

  • Nella comunicazione verbale, il canale utilizzato è la lingua parlata ed è legata al significato convenzionale delle parole. E’ la tipologia più utilizzata a livello consapevole. Sono attivati i meccanismi neurofisiologici, psicologici e cognitivi del mittente e del ricevente.
  • La comunicazione para-verbale: costituisce il modo in cui vengono pronunciate le parole e le frasi. Accompagna ogni produzione verbale come un canale ad esso parallelo e si esprime attraverso il tono, volume, ritmo della voce e la velocità del parlare. Da essa dipende il significato del messaggio, poiché è in grado di mutare la qualità emozionale delle parole; è per questo motivo che assume un’importanza rilevante a livello relazionale. Ad esempio, pronunciare “Complimenti!” in maniera differente, trasmette emozioni diverse: se si utilizza un tono gioioso, probabilmente potrà essere interpretato come un qualcosa di positivo, magari per il raggiungimento di un obiettivo; se il tono è di scherno, quello che si percepirà sarà l’ironia e il significato per la persona a cui è rivolto il messaggio sarà ben diverso. Stessa parola o frase pronunciata, diverso il messaggio ricevuto. Solitamente le variazioni a questo livello sono prodotte in maniera non consapevole.
  • Comunicazione non verbale: concerne il linguaggio del corpo (mimica facciale, postura, rapporto con lo spazio, contatto, abbigliamento etc..) ed è il canale comunicativo più antico sul piano dell’evoluzione. A questo livello viene coinvolta la parte meno consapevole della persona.
Grafico di Mehrabian

Secondo il grafico di Mehrabian il livello verbale, ossia le parole dette, incidono solamente per il 7% sulla percezione di un determinato messaggio, mentre il come queste parole sono state dette (livello para-verbale) incide per il 38% e la maggior percentuale di influenza è da attribuire al livello non verbale, per il 55%.

Quindi, quando parliamo con qualcuno, scegliere bene le parole da utilizzare non basta: dobbiamo prestare molta attenzione anche al modo in cui ci esprimiamo (para-verbale e non verbale)!

Gli stili comunicativi

A seconda di come moduliamo i tre canali, possiamo individuare tre stili comunicativi: aggressivo, assertivo e passivo.

L’aggressività, l’assertività e la passività non sono caratteristiche costanti della persona in se’: non esiste quindi una persona solamente e totalmente aggressiva, passiva o assertiva, ma ciascuno di noi a seconda delle proprie caratteristiche riesce ad esprimersi, attraverso la comunicazione, in una modalità maggiormente assertiva, aggressiva, passiva.

Lo stile aggressivo si può riassumere con la modalità “io vinco, tu perdi”. Quando una persona adotta uno stile comunicativo aggressivo, tende a non rispettare i bisogni degli altri ed ad essere concentrato sui propri senza badare a chi gli sta intorno. La tendenza è quella di dominare gli altri e l’unico obiettivo che la persona si pone in quel momento è il potere personale e sociale.

Si può esprimere, dal punto di vista verbale, con l’utilizzo di parole sminuenti rivolte all’altro, numerose recriminazioni, l’utilizzo del sarcasmo; il paraverbale è caratterizzato da un tono aggressivo e dal ritmo serrato; il non verbale esprime superiorità e forza a discapito dell’altro.

Ci sono però situazioni in cui questo stile può essere adeguato:

– se vengono infrante delle regole: è il caso del professore che è tenuto a far rispettare regole e comportamenti

– se si ha a che fare con persone particolarmente ostili o esigenti: ci sono persone con cui è impossibile far comprendere l’inadeguatezza del loro comportamento (aggressivo a loro volta).

Lo stile assertivo è quella competenza relazionale che permette di riconoscere le proprie emozioni e i propri bisogni e di comunicarli agli altri nel rispetto reciproco, dunque è una competenza sociale che caratterizza il momento in cui si riesce a realizzare se stessi manifestando le proprie doti ed esprimendo le proprie esigenze, idee e posizioni nel contesto relazionale. 

L’assertività si manifesta quando si riesce a mantenere un equilibrio tra i bisogni propri e gli altrui, e si agisce applicando ciò alla situazione e al contesto.

Lo stile assertivo si può esprimere con parole equilibrate e non giudicanti, pronunciate con un tono calmo e rispettando il turno di parola nei confronti dell’interlocutore. Il non verbale trasmette disponibilità al confronto.

Lo stile passivo trasmette il messaggio ‘io perdo, tu vinci, ma non farmi male’. Utilizzando questo stile, si antepongono i bisogni degli altri ai propri.

Chi adotta uno stile di comunicazione passivo, nel tentativo di assecondare gli altri per evitare il conflitto, subisce le situazioni senza opporvisi. Spesso alla base di tale modalità c’è un’elevata ansia sociale, che porta a non riuscire ad esprimere adeguatamente i propri bisogni e le proprie esigenze. L’obiettivo è quello di ottenere il consenso di tutti ed evitare qualsiasi forma di contrasto con gli altri. Questo atteggiamento può poggiarsi sulla convinzione che il proprio punto di vista ed il proprio sentire non abbiano valore, ragion per cui la persona li svaluta, non li riconosce e non li espone.

Lo stile passivo si esprime attraverso affermazioni vaghe, brevi, ripetitive e incompiute, spesso pronunciate dopo gli altri, esprimendo  frequentemente i propri doveri e giustificandosi minimizzando i propri bisogni. E’ presente una costante paura di sbagliare che spesso si accompagna ad una difficolta a dire di no. I vantaggi dell’utilizzo di questo stile sono, nel breve termine, di evitare il conflitto, e di ottenere la simpatia e l’approvazione degli altri.

Nel breve termine questo tipo di comunicazione è utile per ridurre l’ansia, ma finisce col limitare notevolmente la capacità di azione della persona. Inoltre la mancata espressione di sé stessi porta a sedimentare frustrazione e rabbia, che poi vengono espresse in modo poco funzionale alla relazione. Persistendo in questo atteggiamento, infatti, i problemi interpersonali non si affrontano mai e tendono ad aggravarsi, con ripercussioni molto negative sulla propria autostima e un aumento della possibilità di scivolare, da un momento all’altro, nello stile aggressivo.

Nel lungo termine, però, si rinuncia ad essere se stessi e i problemi continuano ad essere irrisolti; frustrazione e rabbia possono diventare insostenibili e dare origine a scoppi d’ira.

Ci sono alcune situazioni in cui questo stile può essere efficace:

– quando si ha poco tempo a disposizione, allo scopo di rimandare la conversazione ad un  momento di maggiore calma

– nelle situazioni in cui la propria emotività non è adeguata e rischia di portarci a dire cose affrettate o non ponderate

– nelle situazioni in cui l’emotività dell’interlocutore non è adeguata e non permette il dialogo e l’ascolto reciproco

Non esiste, dunque, uno stile comunicativo giusto o sbagliato in assoluto: é importante saper utilizzare e scegliere di volta in volta quello più adatto a seconda del contesto, della situazione e dell’interlocutore.

Be You

Chiara

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